Ma gli Psicologi ci vanno dallo Psicologo?

Quando si parla di obbligo/necessità per uno Psicologo di fare un percorso di terapia personale, mi vedo davanti a un bivio in cui scorgo: 
– da una parte una persona che sceglie di fare terapia su di sé, per una motivazione intrinseca; 
– dall’altra, una persona che sceglie di fare terapia su di sé con una motivazione estrinseca. 

In quest’ultimo caso, mi chiedo quanto sia una garanzia di efficacia il fatto di intraprendere un percorso, sopratutto perché una parte di me sa quanto sia importante che questo avvenga nel momento migliore possibile per la persona. 

Poi, continuo a riflettere e penso a quando vado in montagna a camminare:
ci sono sentieri che faccio serenamente perché vedo che altri lo percorrono, altri che faccio con tranquillità, ma con molta attenzione, altri ancora che faccio solo in compagnia e altri che percorrerei solo con una guida esperta perché, anche se quel sentiero per lui non fosse noto, quantomeno mi darebbe la garanzia, con tutti gli imprevisti che possono capitare, che avendo percorso lui stesso altri sentieri di quel tipo, qualunque cosa avvenga, saprebbe come e cosa fare. 
Certo, non è detto che sia sicuramente così, ma già solo l’idea mi tranquillizza. 
E credo mi arrabbierei tanto se qualcuno si spacciasse per guida, per poi scoprire, una volta davanti a un eventuale ostacolo, che sta solo improvvisando. 
Diversamente, riterrei ragionevole che una guida esperta possa trovarsi essa stessa davanti a un ostacolo mai visto prima. 

Questo per dire che una persona che viene da noi si affida, ci chiede di accompagnarla in quel viaggio verso terre inesplorate e, probabilmente, si affida perché pensa che -in quanto guida- sappiamo come gestire il percorso, l’imprevisto.. e, guardando noi, impara un po’ come si fa e/o trova il suo modo di superare l’ostacolo, ma forte del fatto di avere qualcuno di cui si fida al suo fianco. 

Quindi mi chiedo:
come faccio a propormi come guida, se non ho maturato l’esperienza che un simile ruolo richiede? 
Perché -per riportarla a noi- una persona sceglie di occuparsi di clinica, se poi non è disposta a mettersi in gioco fino in fondo? 
Tuttavia -tornando al ragionamento iniziale- obbligarlo gli darà, probabilmente, a fine training, il ruolo di guida, ma non è detto che la persona abbia saputo prestare la dovuta attenzione agli aspetti necessari, visto che quello per lui era un obbligo e non una scelta. Teniamo conto che non tutti, davanti al dovere, assumono un atteggiamento responsabile; qualcuno ha un atteggiamento oppositivo, per dire. 

Quindi, considerando l’ipotesi di aspettare il momento migliore per il professionista di mettersi in gioco sul piano personale, allora, forse, prima di occuparsi di clinica, dovrebbe prima aspettare arrivi quel momento oppure scegliere un altro ramo della Psicologia? Non so quanto sia è realistico.

Il punto è che la necessità può sentirla solo la persona. 

Non possiamo dire noi, generalizzando, che sia necessario. Necessario per chi? In base a quale criterio? 

Se invece parliamo di utilità sul piano professionale credo che, a quel punto, potremmo dire che lo sarebbe per tutti, quantomeno per 
– capire cosa si prova a stare dall’altra parte e 
– per testare il proprio metodo/modello di lavoro su se stessi, prima di rivolgersi ad altri 

E, poi, diciamocelo chiaramente, una terapia fatta bene, fa bene a chiunque; figuriamoci a chi fa questo lavoro. 

Bè, spero con questo articolo di aver stimolato la tua riflessione sull’argomento. Tu cosa ne pensi? 

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