Mente e corpo: dal dualismo alla visione olistica

La dicotomia mente-corpo è andata inserendosi all’interno di un sapere filosofico che, sin dall’antichità, ne ha posto le basi teoriche.
Parliamo, quindi, di una lunga tradizione filosofica occidentale che esprime questo dualismo e che affonda le radici nel platonismo, nel cristianesimo e in Cartesio.

Platone ne è il primo sostenitore: anima e corpo sono due sostanze distinte e indipendenti; l’anima è immortale ed è il centro della vita intellettiva, che è stata incatenata al corpo.

Tra i filosofi greci anche Aristotele tratta la questione, ma rifiuta il dualismo platonico, ritenendo che la divisione possa essere accettata solo a livello filosofico, dato che l’anima è ciò che concretamente permette all’organismo di vivere.

Nel Medioevo il cristianesimo eredita il pensiero platonico, nel tentativo di costituire una filosofia cristiana che desse voce al principio dell’immortalità dell’anima e della mortalità del corpo: l’anima è una sostanza immateriale ed immutabile, che sta nel corpo solo per governarlo.

Nel corso del seicento, poi, la scienza moderna propone un’immagine della natura inanimata, fatta da corpi governati esclusivamente da leggi meccaniche, ed è in questa cornice che s’inserisce la figura di Cartesio. Egli si fa portavoce della distinzione netta tra mente e corpo: si allontana dalla visione platonica dell’anima come fonte di vita e la riduce, invece, a mero pensiero.
Parla, così, di res extensa, che è il corpo, inteso come macchina che ha, appunto, un’estensione, e di res cogitans, cioè, l’anima che pensa e che, invece, non ha un’estensione.
“Cogito ergo sum”: è da qui che l’uomo ha cominciato a identificarsi con la propria mente, anziché con l’intero organismo, e a percepirsi come composto da due entità eterogenee, opposte e che non hanno, tra loro, alcun legame diretto.

Ci si è chiaramente prestati ad una forte intellettualizzazione, in cui tale specifica tendenza “verso l’alto” ha portato ad un’ipertrofia dell’Io e della coscienza.  
Questa visione non unitaria dell’uomo non è altro che la medesima concezione che egli stesso ha del mondo esterno, un mondo inteso come fatto di oggetti, eventi, realtà separate e distinte.
La questione mente-corpo si è tradotta, di conseguenza, in un’interpretazione meccanicistica, che ha finito col consegnare al mondo occidentale un uomo irrimediabilmente diviso in mente e corpo, incastrato all’interno di un più vasto scenario altrettanto frammentato.

La psicologia, “assimilata” alla filosofia fino alla metà dell’800, era anch’essa portatrice di una visione dicotomica ma, una volta emancipatasi da questa, cercò e riuscì a coglierne lo stretto legame.

Alla posizione meccanicistica assunta dall’occidente si contrappone storicamente una concezione orientale organicistica: tutte le cose e tutti gli eventi percepiti dai sensi sono estremamente interconnessi e non rappresentano altro che differenti aspetti della stessa realtà ultima.

Il cosmo è un tutt’uno indivisibile, materiale e spirituale nel contempo, che ha una natura intrinsecamente dinamica: movimento e mutamento sono proprietà essenziali delle cose e sono provocati da forze intestine che agiscono dal ventre dell’universo.

La rottura dell’unità mente-corpo si ha, in occidente, a partire dalla scuola eleatica, secondo la quale esisteva un principio divino, al di sopra di tutto, che governava il mondo. In Oriente, diversamente, l’immagine è quella di una divinità che non è sovrana, ma che controlla il mondo dall’interno: parliamo di forze intrinseche alla materia.

Se ne deduce che il mondo è un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo e l’uomo è parte integrante di questo sistema.
Tutto il pensiero orientale esprime l’unità psicosomatica dell’uomo secondo un principio olistico: guarda all’uomo nella sua totalità e in perfetta armonia col mondo in cui vive.

Corpo e mente sono uniti in una sintesi esistenziale nella quale “si integrano per costituire un insieme funzionale in cui l’uno influenza l’altra -in un rapporto di reciprocità- il corpo è presente alla consapevolezza, mentre la mente si esprime attraverso il corpo” (Dott. Mario Santini). Infatti, il corpo “materia” è sempre stato concepito come costantemente interagente con la mente, in piena sintonia.

 Ci sono due vocaboli tedeschi, usati in filosofia, che ben rendono la distinzione tra Occidente e Oriente, nel considerare il corpo: “Korper” –> “ il corpo che si ha”, un’accezione in cui emerge una visione materialistica, che lascia intuire una forte inflazione della mente; “leib” –> “il corpo che si è”, da cui è quasi percepibile l’idea di una mente che pensa attraverso il corpo e che, perciò, si traduce in un principio di complementarietà e integrazione.

Quando si parla di unità è bene stare attenti a non cadere nell’errore di considerare la mente e il corpo assolutamente identici o sovrappponibili: parliamo comunque di realtà distinte, che sono anche aspetti di una stessa cosa e che si fondono in un’unica dinamica esistenziale.

Per concludere, citiamo Giovenale: “Mens sana in corpore sano”.

 

Comments are Closed

error: Il contenuto di questo sito è protetto ! Non può essere copiato né riutilizzato ! / Content is protected !! Do not copy or re-use !